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Scuoladipacenapoli.it

NO Migration Compact  

sabato 7 maggio 2016 06:10:57

 La proposta fatta dal governo Renzi alla Commissione Europea per risolvere il ‘problema’ dei migranti in arrivo dall’Africa, il cosidetto Migration Compact , è un brutto passo da parte dell’Italia. Infatti lo spirito del Migration Compact è lo stesso dell’accordo fatto dalla UE con la Turchia. Lo ha detto lo stesso nostro ministro degli esteri, Gentiloni, parlando a porte chiuse, alla Commissione Trilaterale (!): “Lo stesso impegno, profuso dall’Europa per la riduzione dei flussi migratori sulla rotta balcanica, va ora usato sulla rotta del Mediterraneo centrale per chi arriva dalla Libia.”

Trovo grave che il governo Renzi ritenga un successo l’accordo UE con la Turchia. Un accordo abominevole (costato sei miliardi di euro!) che richiederà la ‘deportazione’ in Turchia di migliaia di migranti e profughi. E siccome le ’deportazioni’ sono atti criminali, ritengo l’accordo fra UE  e la Turchia un atto criminale. “I 28 paesi dell’Unione Europea hanno scritto con la Turchia - ha affermato giustamente Cristopher Hein, portavoce del Consiglio Italiano per i Rifugiati - una delle pagine più vergognose della storia comunitaria. E’ un mercanteggiamento sulla pelle dei rifugiati. ”Lasciamo alla Grecia la responsabilità di effettuare i rimpatri (impossibili!) in un paese, la Turchia, che non è il loro paese, che non li vuole e per di più, non ha risorse per integrarli.

Ora l’Italia vuole fare lo stesso con i paesi africani. Un primo tentativo del genere era stato fatto con il cosidetto “Processo di Khartoum” e con il vertice UE e i capi di Stato africani a La Valletta (Malta), lo scorso anno, promettendo ai paesi sub-sahariani un miliardo e mezzo di euro per trattenere i migranti nei loro paesi. Ma con ben pochi risultati.

Ora, dopo il ‘successo’ dell’accordo con la Turchia, l’Italia propone ilMigration Compact con i paesi dell’Africa, dai quali provengono i migranti. Con quali strategie? Primo, la creazione di un Fondo europeo per gli investimenti nei paesi africani, stornando i soldi che oggi l’Europa destina all’ Africa per opere socialmente utili (purtroppo ridotti al lumicino!) secondo, la creazione di EU- Africa Bonds per aiutare i paesi africani a crescere e a innovarsi. (Ritorna il mantra di Salvini:”Aiutiamoli a casa loro”!) Mentre ai governi africani verrebbe chiesto “un  efficace controllo delle frontiere, riduzione dei flussi migratori e cooperazione in materia di rimpatri/riammissioni.” (Purtoppo saranno i governi dittatoriali d’Africa a trarne profitto, e i popoli a pagarne le conseguenze!)

Purtroppo il Migration Compact sta ottenendo sempre più consensi a Bruxelles. La stessa Merkel nell’incontro con Renzi a Roma si è detta d’accordo con il piano, ma non è d’accordo con gli Euro-bonds. Mentre il vice di Juncker, Frans Timmermans si trova in sintonia con la proposta italiana. Se dopo lo scellerato accordo UE- Turchia , ora passerà l’accordo capestro con i paesi africani, l’Europa diventerà sempre più una fortezza protetta dal filo spinato, nella quale finiremo per sparare sia per difendere i confini esterni, ma anche quelli interni tra Stato e Stato, perché i migranti continueranno ad arrivare.

Naufraga così il Sogno europeo!

“L’accoglienza è un dovere dell’essere umano - ci ha ricordato Papa Francesco durante la sua profetica visita a Lesbo. La tragedia umanitaria, che si sta consumando sotto i nostri occhi, in parte l’abbiamo prodotta noi con l’indifferenza e con le guerre che ai nostri confini abbiamo concorso a fare esplodere con il traffico degli armamenti.”

Per questo dobbiamo dire NO con forza al Migration Compact che verrà pagato da centinaia di migliaia di africani impoveriti. Non è questa la strada per risolvere il problema dei migranti.

“Sogno un’Europa - ha detto il Papa ricevendo il Premio Carlo Magno il 6 giugno davanti alle massime autorità dell’Unione Europea - dove essere un migrante non è un delitto.

Napoli, 7 maggio 2016            Alex Zanotelli

Un premio che offende i morti. Vergogna! 

martedì 3 maggio 2016 09:27:51

 Dobbiamo con profondo rammarico denunciare che la capacità mimetica della guerra e la giustificazione della violenza si accrescono in modo inatteso nella generale indifferenza con un uso e un abuso della parola pace. Ne è stata dolorosa prova l’attribuzione il 13 aprile 2016 del premio Napoli Città di Pace all’attuale ministra della Difesa Roberta Pinotti da parte dell’Unione Cattolica Stampa Italiana. Le motivazioni del premio a lei dato costituiscono una offesa all’intelligenza e sono un monumento alla mistificazione:

I notevoli primati del suo ruolo strategico e riformatore in materia di difesa nazionale e internazionale, declinati al femminile in piena coerenza con un impegno al servizio della politica come forma più alta d’amore, che, mette sempre al centro a tutela e la dignità della vita umana».

Ci chiediamo da quando i ministri della Difesa si occupano della tutela e della dignità umana e non invece dell’organizzazione e realizzazione della guerra sebbene sotto la denominazione edulcorata e rassicurante di missione di pace e operazione di polizia internazionale? Le guerre in Iraq, i bombardamenti della Serbia e della Libia, la guerra in Afghanistan sono le azioni scellerate che i governi italiani e i ministri della Difesa hanno promosso riuscendo sia ad aggirare l’articolo 11 della Costituzione, sia a fare ulteriormente ingrassare i fabbricanti di armi complici dei Parlamenti fatti da maggioranze di alza paletta che rinnovano esorbitanti finanziamenti per sistemi d’arma, bombe, missili, aerei e navi da guerra tanto da non avere più denaro per curare i malati, istruire i giovani, sconfiggere le marginalità sociali.

La stessa ministra Pinotti, sempre pronta a mettere a disposizione soldati italiani per tutte le guerre del pianeta, ha intuito il paradosso della concessione del premio e, prevedendo critiche ha affermato: «Potrebbe sembrare paradossale premiare un ministro che si occupa di Difesa e Forze armate con un premio per la pace, ma si è capito che non è affatto paradossale perché le nostre Forze armate operano proprio per garantire la sicurezza dei cittadini, la stabilità delle Istituzioni e lavorano quotidianamente per riportare la pace».

Sarebbe istruttivo per tutti che a queste affermazioni potessero replicare i civili uccisi dalle bombe italiane, i morti iracheni uccisi a causa della fantomatica arma letale per cui venne combattuta – anche da parte degli italiani – quella guerra. E soprattutto dovrebbero parlare le centinaia di militari italiani morti e le migliaia di ammalati di cancro a causa dell’uranio impoverito alle cui polveri furono esposti senza alcuna protezione. Gli orfani e le vedove di quei militari, cui sono negate anche forme di assistenza, meriterebbero di non essere offese da questo premio.

È certo molto inquietante e moralmente grave che il premio sia stato promosso e attribuito dall’Unione Cattolica Stampa Italiana Campania nella persona del suo presidente regionale Giuseppe Blasi e della vicepresidente nazionale Donatella Trotta con la partecipazione dell’assistete spirituale dell’Unione il salesiano Tonino Palmese. L’Unione Cattolica Stampa Italiana ha commesso un grave errore che noi qui denunciamo. A chi il prossimo premio per la pace? A Finmeccanica? È evidente che l’Unione non presta attenzione alle parole che papa Francesco ha pronunciato, ripetutamente in questi tre anni, contro i fabbricanti di armi e i loro mediatori e clienti. Armi che sono realizzate con il solo scopo di uccidere, per essere utilizzate in questa terza guerra mondiale a puntante nella quale i ministri della Difesa italiani hanno avuto e hanno un ruolo non di comparse, ma di protagonisti premiati in nome della “pace”. Ma questo non è un paradosso, è soltanto vergognoso.

 

Raffaele Nogaro, vescovo emerito di Caserta

Sergio Tanzarella, storico della Chiesa

Alex Zanotelli, missionario comboniano

Francesco de Notaris, ex senatore e attivista per la pace

Francesco La Saponara, ex deputato e docente universitario

REFERENDUM NO TRIV 

martedì 15 marzo 2016 04:29:05

 IL PETROLIO RESTI SOTTOTERRA!

Il 17 aprile dobbiamo tutti/e  prepararci ad andare a votare il nostro SI’per il Referendum, proposto da nove regioni e dai comitati No Triv . (Ricordiamoci che si tratta di un Referendum abrogativo di una legge del governo Renzi sulle trivellazioni petrolifere, per cui è da votare SI’ all’abrogazione!) La sola domanda  referendaria su cui dovremo esprimerci  sarà : “Si può estrarre petrolio fino all’esaurimento dei pozzi  autorizzati che si trovano lungo le coste italiane entro le 12 miglia?” Inizialmente erano sei le domande  referendarie proposte dalle nove regioni (Basilicata, Puglia, Molise, Veneto, Campania, Calabria, Liguria, 

Sardegna e Marche). Ma la Cassazione ha bocciato l’8 gennaio le altre cinque domande perché il Governo 

Renzi, nel frattempo, aveva furbescamente riscritto due commi del Decreto Sblocca Italia 2016. Per cui ne rimane una sola. Le ragioni date dai comitati NO TRIV per votare SI’ sono tante: il pericolo di sversamenti di  petrolio in mare con enormi danni alle spiagge e al turismo, il rischio di movimenti tellurici legati soprattutto all’estrazione di gas e l’alterazione della fauna marina per l’uso dei bombardamenti con l’aria compressa. Ma la ragione fondamentale per votare SI’ è ,che se vogliamo salvarci con il Pianeta, dobbiamo lasciare il petrolio ed il carbone là dove sono, cioè sottoterra! Il Referendum ci offre un’occasione d’oro per dire  NO alla politica del governo Renzi di una eccesiva dipendenza dal petrolio e dal carbone per il nostro fabbisogno energetico. Gli scienziati ci dicono a chiare lettere, che se continuiamo su questa strada, rischiamo di avere a fine secolo dai tre ai cinque centigradi in più. Sarà una tragedia!  Papa Francesco ce lo ripete in quel suo appassionato Laudato Si’:”Infatti la maggior parte del riscaldamento globale è dovuto alla grande concentrazione di gas serra emessi soprattutto a causa dell’attività umana. Ciò viene potenziato specialmente dal modello di sviluppo basato sull’uso intensivo dei combustibili fossili(petrolio e carbone) che sta al centro del sistema energetico mondiale.” Il Vertice di Parigi sul clima , il cosiddetto COP 21, dello scorso dicembre , lo ha evidenziato , ma purtroppo ha solo invitato gli Stati a ridurre la dipendenza da petrolio e carbone. E così gli Stati, che sono prigionieri dei poteri economico-finanziari, continuano nella loro folle corsa verso il disastro. Per questo il Referendum contro le trivellazioni diventa un potente grimaldello in mano al popolo per forzare il governo Renzi ad abbandonare l’uso dei combustibili fossili a favore delle energie rinnovabili.

 Trovo incredibile che il governo Renzi non solo non abbia obbedito a quanto deciso nel vertice di Parigi, ma che non abbia ancora calendarizzato la discussione parlamentare per sottoscrivere gli impegni di Parigi entro il 22 aprile. In quel giorno infatti le nazioni che hanno firmato l’Accordo di Parigi si ritroveranno a New York per rilanciare lo sforzo mondiale per salvare il Pianeta. Sarebbe grave se mancasse l’Italia. Per questo mi appello alla Conferenza Episcopale Italiana perché, proprio sulla spinta di Laudato Si’, inviti le comunità cristiane ad informarsi su questi temi vitali per il futuro dell’uomo e del Pianeta, e  votare quindi di conseguenza.

Mi appello a tutti i sacerdoti perché nelle omelie domenicali spieghino ai fedeli la drammatica crisi ecologica che ci attende se continueremo a usare petrolio e carbone.

 Mi appello alle grandi associazioni cattoliche (ACLI, Agesci, Azione Cattolica…) a mobilitare i propri aderenti perché si impegnino per la promozione del SI’ al Referendum.

 “Abbiamo bisogno di un confronto che ci unisca tutti, perché la sfida ambientale che viviamo, e le sue radici umane, ci riguardano e ci toccano tutti….Gli atteggiamenti che ostacolano le vie di soluzione, anche fra i credenti, vanno dalla negazione del problema all’indifferenza, alla rassegnazione comoda o alla fiducia cieca nelle soluzioni tecniche. Abbiamo bisogno di nuova solidarietà universale. Come hanno detto i vescovi del Sudafrica” I talenti e il coinvolgimento di tutti sono necessari per riparare il danno causato dagli umani sulla creazione di Dio.”

 

Diamoci da fare tutti/e, credenti e non, per arrivare al Referendum con una valanga di SI’ per salvarci con il 

 

Pianeta.

 

                                                                                 Alex   Zanotelli

 

Napoli,14 marzo 2016

IN MARCIA CON I MIGRANTI 

mercoledì 24 febbraio 2016 05:41:01

 PRIMO MARZO 2016

Il Primo Marzo invitiamo tutti a scendere in piazza , in solidarietà con il popolo dei migranti che continua a vivere un’immensa tragedia. Il Primo Marzo era stato scelto come giornata di cortei a favore degli immigrati da “Italia sono anch’io”, che anni fa aveva raccolto duecentomila firme per lo ius soli.Un problema non ancora risolto. In questo nostro paese non possiamo più accettare che seicentomila diciotenni, nati in Italia da genitori stranieri, vivano nel limbo dei diritti umani. Chiediamo con forza che il disegno di legge sullo ius soli,  che è passato alla Camera ed ora è in esame al Senato, venga migliorato e poi approvato. Così com’è, è un disegno di legge che non ci 
soddisfa, ma rafforzato e votato, sarebbe un’efficace risposta parlamentare al crescente razzismo sempre più cavalcato dal fascio-leghismo, per dividere e contrapporre italiani e migranti. In questo primo marzo 2016, invitiamo tutti/e a scendere in piazza in solidarietà con milioni di migranti che soffrono per l’egoismo dell’opulenta Europa. Questa Europa infatti ha fatto annegare in mare lo scorso anno settecento bambini ed oltre tremila uomini e donne. Il Mediterraneo è diventato la Shoah dell’Europa: un’ecatombe di quarantamila morti. Un’Europa talmente cinica che ha pagato a un dittatore come Erdogan tre miliardi di euro per impedire a due milioni di profughi siriani di entrare in Turchia. E’ la stessa Europa che ha pagato un miliardo e mezzo di euro ai capi di stato africani, riuniti a Malta, per bloccare i profughi sub-sahariani. Spingendo così i migranti nelle mani delle mafie degli scafisti. Quest’Europa che spende milioni di euro al giorno in missioni militari come Frontex e Eunavfor Med con lo schieramento di navi ed aerei nel Mediterraneo e che fa scendere in campo la NATO , per intercettare i migranti e portarli negli hot-spots (punti di raccolta ufficiali). In questi centri di confinamento forzato, sul 
modello di lager come i CIE e i CARA, i migranti saranno identificati anche con le impronte digitali. Chi non verrà riconosciuto come rifugiato , sarà rispedito dall’inferno da cui è fuggito. (Una sorte che toccherà al 90% dei richiedenti asilo!) E’ questa la conseguenza della ingiusta divisione tra rifugiati e’ migranti economici’. L’Europa ha già deciso di rispedire a casa loro quattrocentomila migranti! Non solo, ma continua a costruire i muri, così l’Ungheria, la Bulgaria, la Slovenia. Mentre Francia, Inghilterra e Austria bloccano le frontiere, la Danimarca arriva addirittura ad espropriare i pochi beni di questi disperati.E’ il naufragio dell’Europa che sognavamo. Per questo scendiamo per strada , ma anche per dare voce alle violenze che subiscono i migranti qui in Campania. L’incredibile lentezza con cui lavorano le Commissioni di Salerno e Caserta per i permessi di soggiorno, negati nel 90% dei casi. Purtroppo questa situazione favorisce il “grande business” sui migranti in Italia, che va ad ingrassare albergatori e enti vari , com’è avvenuto con ‘Mafia Capitale’ ed ora riespode ad Avellino. Non possiamo accettare gente che fa affari sulla pelle dei poveri. E pensare che l’Italia ha bisogno di migranti, soprattutto in campo agricolo, dove vengono sfruttati con lunghe giornate di lavoro (10-12 ore di lavoro!), mal pagati e sotto il controllo dei caporali. Noi non possiamo accettare questa violenza sui migranti.Né possiamo accettare la totale precarietà in cui operano a Napoli gli ambulanti  per i continui attacchi delle forze dell’ordine. Senza menzionare le costanti aggressioni razziste  contro i migranti in questa nostra città con gravi risvolti. (La Questura non ha mai risposto a una lettera , da noi inviata due anni fa, che evidenziava una serie di tali episodi razzisti!) . Ed infine , sempre a Napoli, l’insicurezza nelle abitazioni dei migranti, la difficoltà all’accesso delle cure mediche nonché le lentezze burocratiche per ottenere permessi o rinnovi.
Il Primo Marzo scendiamo anche in piazza per dire NO a tutte queste guerre che producono i milioni di profughi che arrivano a noi ,  in particolare un NO a un’altra guerra dell’Italia contro la Libia che ha già causato un massiccio esodo di migranti. Chiediamo a tutti, napoletani e immigrati, di marciare con noi il primo marzo da Piazza Mancini alle h 10,00. (fino in Piazza del Plebiscito- Prefettura) Buona Marcia per i diritti umani di tutti/e  migranti e non.
 
ricevuta da Padre Alex Zanotelli

BASTA GUERRE! Italia-Libia 

venerdì 29 gennaio 2016 14:15:17

 Siamo alla vigilia di un’altra guerra contro la Libia, “a guida italiana” questa volta.

Sembra ormai assodato che le forze speciali SAS sono già in Libia, per preparare l’arrivo di mille soldati britannici. L’operazione complessiva, capitanata dall’Italia, dovrebbe coinvolgere seimila soldati americani ed europei per bloccare i cinquemila soldati dell’Isis. Il tutto verrà sdoganato come “ un’operazione di peacekeeping e umanitaria. ”L’Italia, dal canto suo, ha già trasferito a Trapani quattro cacciabombardieri AMX pronti a intervenire. Il nostro paese - così sostiene il governo Renzi - attende però per intervenire l’invito del governo libico di unità nazionale, presieduto da Fayez el Serray. E’ altrettanto chiaro che sia il ministro degli Esteri, Gentiloni, come la ministra della Difesa, Pinotti, premono invece per un rapido intervento.

Sarebbe però ora che il popolo italiano - tramite il Parlamento - si interrogasse, prima di intraprendere un’altra guerra contro la Libia. Infatti, se c’è un popolo che la Libia odia, siamo proprio noi che, durante l’occupazione coloniale, abbiamo impiccato o fucilato centomila libici. A questo dobbiamo aggiungere la guerra del 2011 contro Gheddafi per “esportare la democrazia”, ma in realtà per mettere le mani sull’oro ‘nero’ di quel paese. Come conseguenza, abbiamo creato il disastro, facendo precipitare la Libia in una spaventosa guerra civile, di tutti contro tutti, dove hanno trovato un terreno fertile i nuclei fondamentalisti islamici. Con questo passato, abbiamo, noi italiani, ancora il coraggio di intervenire alla testa di una coalizione militare?

Il New York Times del 26 gennaio scorso afferma che gli USA da parte loro, sono pronti ad intervenire. Per cui possiamo ben presto aspettarci una guerra. Questo potrebbe anche spiegare perché in questo periodo gli USA stiano dando all’Italia armi che avevano dato solo all’Inghilterra. L’Italia sta infatti ricevendo dagli USA missili e bombe per armare i droni Predator MQ- 9 Reaper, armi che ci costano centinaia di milioni di dollari. Non dimentichiamo che la base militare di Sigonella (Catania) è oggi la capitale mondiale dei droni usati oggi anche per spiare la Libia. L’Italia non solo riceve armi, ma a sua volta ne esporta tante soprattutto all’Arabia Saudita e al Qatar, che armano i gruppi fondamentalisti islamici come l’ISIS. I viaggi di Renzi lo scorso anno in quei due paesi hanno propiziato la vendita di armi. Questo in barba alla legge 185 che proibisce al governo italiano di vendere armi a paesi in guerra e che non rispettano i diritti umani. (L’Arabia Saudita non rispetta i diritti umani e fa la guerra in Yemen).

Per cui diventa pura ipocrisia per l’Italia intervenire militarmente in Libia per combattere l’Isis, quando appare chiaro che siamo noi ad armarlo. E’ così che siamo noi a creare i mostri e poi facciamo nuove guerre per distruggerli. “La guerra è proprio la scelta per le ricchezze - ha detto recentemente Papa Francesco. Facciamo armi: così l’economia si bilancia un po’ e andiamo avanti con il nostro interesse. C’è una brutta parola del Signore. Maledetti coloro che operano per la guerra, che fanno le guerre: sono maledetti, sono delinquenti!”

Basandoci su questa lettura sapienziale, dobbiamo dire NO a questa nuova guerra contro la Libia. Quello che ai poteri forti interessa non è la tragica situazione del popolo libico, ma il petrolio di quel paese. Dobbiamo tutti mobilitarci!

In questo momento così grave è triste vedere il movimento per la pace frantumato in mille rivoli. Oseremo metterci tutti insieme per esprimere con un’unica voce il nostro NO alla guerra contro la Libia, un NO a tutte le guerre che insanguinano il nostro mondo. E’ possibile un incontro a Roma di tutte le realtà di base per costruire un coordinamento o un Forum nazionale contro le guerre? E’ possibile pensare a una Manifestazione Nazionale contro tutte le guerre, contro la produzione bellica italiana, contro la vendita di armi all’Arabia Saudita e al Qatar, in barba alla legge 185? E contro le nuove bombe atomiche in arrivo all’Italia, le B61-12. E’ possibile pensare a una Perugia-Assisi 2016, retaggio storico di Capitini, sostenuta e voluta da tutto il movimento per la pace?

Smettiamola di ‘farci la guerra’ l’un con l’altro e impariamo a lavorare in rete contro questo Sistema di morte. “La guerra è un affare - ha detto recentemente Papa Francesco. I terroristi fabbricano armi? Chi dà loro le armi? C’è tutta una rete di interessi, dove dietro ci sono i soldi o il potere. Io penso che le guerre sono un peccato, distruggono l’umanità, sono la causa di sfruttamento, traffici di persone. Si devono fermare.”

 

 

Napoli, 29/01/16 Alex Zanotell

Fecero un deserto e lo chiamarono pace 

martedì 19 gennaio 2016 04:06:25

 Il 17 gennaio 1991 una coalizione di 35 paesi guidata dagli Stati Uniti attaccò militarmente l’Iraq con l’operazione “Desert Storm”. E’ bene rinfrescarci la memoria su quello che accadde 25 anni fa perché ne seguirono a cascata eventi disastrosi per l’Iraq e il Medio Oriente, di cui tutti paghiamo lo scotto poiché viviamo in una casa comune, il Mediterraneo.

Oggi, mentre Renzi promette di inviare 450 militari a presidiare un cantiere italiano sulla diga di Mosul, il governo italiano garantisce al Kurdistan iracheno nuovi addestratori e consulenti militari, e il nuovo vicepresidente dell’ENI Pistelli (già viceministro degli esteri) stringe patti con il Ministro del Petrolio iracheno, non abbiamo altro da offrire all’Iraq che armi e soldati in cambio di commesse economiche e petrolio? Venticinque anni fa contro questa logica nasceva “Un ponte per Baghdad”, e la storia di quegli anni ce la ricordiamo.

Tutte le nazioni accettarono nel 1991 di stare agli ordini di un unico comando militare, diretto dal capo di stato maggiore delle forze armate americane Colin Powell, che molti anni dopo avrebbe mentito spudoratamente al Consiglio di Sicurezza dell’ONU per lanciare una nuova guerra contro l’Iraq. I combattimenti si esaurirono nel giro di un mese e mezzo, causando probabilmente 200.000 vittime irachene di cui la metà civili, 5000 vittime kuwaitiane e 250 tra i soldati della coalizione.

Risultato: Kuwait liberato dalle truppe irachene ma Saddam sempre al comando, capace nei mesi successivi di schiacciare la rivolta sciita e kurda causando altre 200.000 vittime e 2 milioni di sfollati, nonché il prosciugamento delle paludi mesopotamiche del Sud Iraq, ora in lista per divenire patrimonio dell’umanità in un estremo tentativo di salvare la culla della civiltà umana.

Pochi ricordano che quella guerra causò poche vittime tra i militari della coalizione perché migliaia di soldati iracheni scelsero la diserzione e molti si rivoltarono contro Saddam. Purtroppo l’opzione democratica per l’Iraq non interessava affatto agli Stati Uniti e così l’insurrezione sciita, con forte partecipazione degli strati popolari e di forza laiche di sinistra, fu tradita se non ostacolata dalla coalizione internazionale.

Seguirono 13 anni di embargo contro l’Iraq, e altre 2 milioni di vittime, di cui la metà bambini. Il seguito lo ricordiamo con più facilità: la guerra del 2003, che direttamente e indirettamente ha causato 1 milione di vittime irachene, la caduta di Saddam, il nuovo governo confessionale sciita che ha messo in atto la sua vendetta, la popolazione sunnita che si è vista negare i propri diritti e pian piano per la disperazione ha aperto la porta a Daesh (IS), e ad oggi un terzo del paese in mano ai tagliagola fondamentalisti.

In 25 anni di guerra e sanzioni questo è il deserto che le coalizioni internazionali di volenterosi hanno fatto in Iraq, paese che nel 1990 aveva il più alto indice di sviluppo umano della regione mediorientale, dopo Israele.

Grande era la confusione in Italia quando il governo si apprestava ad appoggiare le manovre preparatorie della Prima Guerra del Golfo, tanto che il PCI di Ochetto si astenne sulla mozione del governo, scatenando l’ira di Ingrao che invece si dissociò dalla logica militare. Forte fu il movimento contro la guerra tra associazioni, cattolici pacifisti e partiti di sinistra, con splendidi gesti di disobbedienza come quello del Movimento Nonviolento, che già in quegli anni portò attivisti sui binari di Verona, Trento e Rovereto per fermare i treni carichi di armi che viaggiavano verso il Medio Oriente. Nel processo che ne seguì furono tutti assolti per aver ritenuto di agire secondo giustizia e necessità.

Anche oggi spirito di giustizia e necessità ci impone di lavorare su più fronti, mentre l’Italia già prepara l’intervento militare in Libia, dove la comunità internazionale si appresta a fare gli stessi errori commessi in Iraq: costruire e puntellare un governo di stile occidentale, facendo tabula rasa del passato in termini politici e militari, smantellando istituzioni e sistema amministrativo senza che vi sia un’alternativa funzionale e democratica a disposizione, e senza la capacità né la volontà di far fronte alla disgregazione sociale che ne seguirà. Dobbiamo allora gridare alla politica che la logica militare non paga per “stabilizzare” le altre sponde del Mediterraneo né per fermare il terrorismo, che un paese come l’Iraq con quasi 5 milioni di sfollati interni ha innanzitutto bisogno di aiuti umanitari, che ai profughi che fuggono dalla guerra dobbiamo tendere la mano già nei paesi di provenienza e transito.

Questa volta lo possiamo fare con movimenti sociali, ONG e sindacati iracheni, che nel 1991 non potevano esistere come tali. L’ultima “Desert Storm” l’abbiamo vista con loro a Baghdad, a ottobre 2015, durante il Forum Sociale Iracheno. Una tempesta di sabbia ha distrutto nella notte tutti gli stand del forum che gli attivisti avevano organizzato sulle rive del Tigri per condividere strategie per la promozione della pace e della coesistenza. In poche ore decine di ragazzi hanno rimesso tutto in piedi, e il forum ha coinvolto in tre giorni 2500 persone e 120 organizzazioni. Sfidano le minacce della politica e dei gruppi armati, e nel 2016 andranno nelle aree liberate da Daesh per stringere patti di amicizia con i giovani locali. Ci aspettano, senza armi né scorta, per lavorare assieme contro la logica del terrore e della guerra.

Martina Pignatti Morano, Presidente, Un ponte per…

Caffè letterario di Scampia 

lunedì 18 gennaio 2016 16:18:45

Sabato 23 gennaio 2016, alle ore 16.45

presso il T.A.N. Teatro Area Nord,

Centro Polifunzionale di Piscinola
         in Via Nuova Dietro La Vigna 20, Napoli,

quarto incontro del XII ciclo del “Caffè letterario di Scampia”.

 

Saranno lette pagine dal racconto

 “Ritorno a Haifa” di Ghassan Kanafani

 

E’ un racconto struggente, una pietra miliare della letteratura palestinese moderna e contemporanea. L’Autore riesce a raccontare la tragedia palestinese, senza rinunciare a dare voce anche a quella israeliana. La sua prosa, semplice e incisiva, descrive icasticamente un’umanità annichilita da una storia di guerra senza fine.

 

Conduce Giuseppe Finaldi

                  Letture Marina Finaldi e Sara Parolisi

Musiche Francesco Lettieri

 

       Partecipano Rosa Schiano e Khaled Al zeer

 

 

Un bimbo nato in stazione 

lunedì 4 gennaio 2016 12:44:23

   UN BIMBO NATO IN STAZIONE

 

Un Natale povero il nostro, celebrato alla Stazione Ferroviaria di Napoli (Piazza Garibaldi) con un centinaio di persone tra cui senza fissa dimora e migranti. Infatti la Stazione è un punto di riferimento per i senza fissa dimora e i profughi. Quale luogo migliore per celebrare la nascita di quel povero Gesù che nasce per strada da due poveri migranti, Giuseppe e Maria, in cammino, come oggi milioni e milioni di persone in fuga da guerre e da fame! L’ONU parla di sessanta milioni di profughi accolti, in gran parte, da paesi poveri del Sud del mondo.

Mentre l’opulenta Europa non riesce ad accogliere un milione di rifugiati che quest’anno sono entrati nel vecchio continente. Di questo abbiamo riflettuto celebrando la Messa di Natale, di questi nuovi Giuseppe e Maria che bussano alla nostra porta, ma che troviamo difficoltà ad accoglierli. ”Non c’è posto per loro nell’albergo.” Quel Bimbo ‘nasce ‘ sempre ‘fuori’, nel villaggio di Betlemme, alla periferia dell’Impero, in una ‘mangiatoia’. Nel primo presepe ideato da S. Francesco a Greccio, accanto al Bimbo c’erano il bue e l’asino vivi. “Il bue conosce il suo proprietario - aveva detto il profeta Isaia - e l’asino la greppia del suo padrone, ma il mio popolo non mi conosce”. Parole che fotografano bene l’Europa dei mercati. Quell’Europa che ha fatto annegare nel 2015 settecento bambini in mare. Quell’Europa che ha pagato alla Turchia tre miliardi di euro perché blocchi due milioni di profughi siriani. Quell’Europa che al Vertice di Malta ha pagato ai capi di stato africani un miliardo e mezzo di dollari per bloccare i migranti sub-sahariani. Ma quell’esodo di donne, bambini, uomini in cerca di vita è inarrestabile. Le egoistiche politiche europee portano solo a nuovi morti (nel Mediterraneo hanno trovato la morte almeno trentamila migranti!) e al trionfo delle mafie che guadagnano fortune sulla pelle degli impoveriti. Basterebbe aprire corridoi umanitari, come l’Europa ha fatto durante la II Guerra Mondiale. Invece l’Europa inventa ora una Guardia Costiera che avrà il dovere di salvare i profughi portandoli negli hot-spots (punti di raccolta) dove saranno identificati, anche con le impronte digitali. Chi non sarà riconosciuto come profugo (e sarà la stragrande maggioranza!) verrà rispedito dall’inferno da cui è fuggito. E’ questa la logica conclusione della criminale divisione che la UE fa tra profughi e migranti economici. Un’operazione questa del rispedire a casa i migranti che costerà per il 2015 -16 oltre nove miliardi di euro! Tutto questo, mentre l’Europa continua a costruire ‘muri’ di acciaio per bloccare al suo interno i migranti. Così hanno fatto la Spagna, la Grecia, la Turchia, la Bulgaria. Mentre l’Ungheria ha appena finito un ‘muro’ di acciaio di 175 km che è costato 21 milioni di euro. Ora è il turno della Slovenia. Allo stesso tempo Francia, Inghilterra, Austria hanno creato posti di blocco alle proprie frontiere. Tutto questo per impedire ai profughi di arrivare nel paese agognato, dove purtroppo troveranno un crescente razzismo fomentato anche da partiti xenofobi. Un razzismo che in tanti paesi diventa legge di Stato come è avvenuto in Italia con la Fini-Bossi e i decreti Maroni (qualcuno ha definito tutto questo Razzismo di Stato).

E’ stato questo lo scenario che abbiamo tenuto davanti ai nostri occhi, mentre abbiamo celebrato la Messa di Mezzanotte in quella fredda Stazione ferroviaria di Napoli, piena di migranti e senza fissa dimora, il frutto amaro del nostro Sistema economico-finanziario, di quel 20% del mondo che consuma da solo il 90% dei beni prodotti. E’ questo il ‘mondo’ che celebra nel Natale la sua più grande festa, quella del mercato, quella del consumismo. Ma quel Bimbo anche oggi nasce ‘fuori’. Su quel nostro altare (una scatola di cartone), assieme al pane e al vino , abbiamo posto tutti questi bimbi nati come Lui, lungo il viaggio e quei settecento che, dall’inizio del 2015, sono morti in mare. Vi abbiamo messo i milioni di migranti in viaggio per deserti, per mare, in cerca di vita. Ma vi abbiamo messo anche le porte che si sono aperte in questa vecchia e egoista Europa per accogliere l’Altro. Le famiglie che con un grande coraggio hanno aperto le porte dell’accoglienza dei migranti. Come la famiglia Antonio e Nicoletta Calò di Treviso che sono venuti a Napoli a raccontarmi come abbiano deciso, insieme con i loro quattro figli, di accogliere in casa sei migranti. E ancora i conventi, le case di religiosi, le parrocchie (purtroppo ancora pochi hanno accolto l’invito di Papa Francesco!) che hanno aperto le porte ai profughi. L’impegno di tanti gruppi, comitati che si battono, anche qui a Napoli, per l’accoglienza e i diritti degli immigrati, come lo jus soli. E la lunga lotta dei comitati di Napoli per ottenere l’approvazione di una delibera del Comune, lo scorso novembre, che mette a disposizione dei senza fissa dimora 1.500 mq del Real Albergo dei Poveri, costruito dai Borboni per i poveri della città partenopea. Lì troveranno tra poco un luogo ove ‘sentirsi a casa’ in piena dignità. Anche questo è un piccolo miracolo che si sta realizzando. Sono i ‘miracoli’ che nascono dal basso, i piccoli doni di Natale.

 Davvero quel Bimbo che duemila anni fa nasce ‘fuori’, per strada, nasce oggi in mezzo a noi nella carne di questi migranti, di questi senza fissa dimora che sono, come dice Papa Francesco, la “carne di Cristo.”

Penso sia questo il grande dono di Natale che Dio fa all’Europa. Nella speranza che possiamo tutti capirlo e accoglierli.

 

                                                                                           Alex  Zanotelli

Napoli, 1 gennaio 2016

                              

UN TAVOLO DI MIGRANTI AFRICANI IN PREFETTURA 

lunedì 13 luglio 2015 01:06:21

 Una delegazione di una quindicina di migranti e rifugiati africani, accompagnati dall’Associazione 3 febbraio, da rappresentanti delle ACLI ed altre associazioni, sono stati ricevuti ieri  dal Prefetto vicario di Napoli per un franco confronto  sulle loro aspettative e condizioni di vita  negli hotel e strutture in cui sono temporaneamente ospitati. Facevano parte di un corteo numeroso e vivace che, sfidando il caldo,  aveva sfilato la mattina per le strade di Napoli al grido “Libertà, pace, accoglienza, umanità, permesso di soggiorno”. Risaltava nei bianchi lenzuoli esibiti a grandi caratteri la richiesta  “Documenti” per ottenere un riconoscimento e condizioni di libertà. Erano presenti delegazioni da oltre 15 strutture  di accoglienza di Napoli e Provincia, che hanno portato  ciascuna con franchezza  al tavolo le condizioni problematiche che vivono e le richieste di miglioramento secondo il loro statuto di rifugiati.  Dal mancato pagamento negli ultimi tre mesi del ticket-money previsto di 75 euro (per mancanza di risorse da parte della Prefettura), alla difficoltà di cure mediche, alla  scarsa qualità del cibo, all’affollamento nelle stanze, alla  presenza di mediatori culturali non corrispondente alle convenzioni, alla mancata somministrazione da parte dei gestori delle strutture del contratto di accoglienza, all’imposizione talora  da parte di proprietari di hotel di  lavoro nelle loro strutture e così via.  Sono state altresì denunciate minacce  da parte di un’operatrice della Croce Rossa a  rifugiati ospitati nell'hotel S.Giorgio, rei di aver fatto entrare il 6 luglio  associazioni e  giornalisti per documentare la situazione. E’ uno sguardo sulle irregolarità consumate anche nell’accoglienza di migranti e rifugiati  nel nostro territorio, cioè sull’ illegalità   da parte di  associazioni ed organizzazioni  della c.d. “società civile” nell’erogazione secundum legem di prestazioni di assistenza per convenienze di singoli ed associazioni.

      Si è convenuto  con la Prefettura di procedere  ad incontri periodici  per valutare   le condizioni abitative e di vita nei singoli hotel  e mettere  fine  a condizioni non umane per persone  provate da persecuzioni e viaggi ella speranza.  Il Tavolo in Prefettura costituiva un prima risultato  di una mobilitazione di migranti  da parte di  un gruppo di Associazioni con assemblee, il corteo del 20 giugno in occasione della giornata del Rifugiato, la verifica con giornalisti delle condizioni di vita nell’hotel S. Giorgio che proseguirà nelle altre strutture, per  portare denunce documentate in Prefettura.   Da parte del Prefetto vicario è stata messa in risalto, oltre alla difficoltà dell’accoglienza in Provincia ndi circa 2000 migranti,  la costante opera di vigilanza nelle varie strutture per verificarne la conformità alle norme e convenzioni, ricorrendo al potere sanzionatorio quando  necessario  anche con chiusura di strutture.      

     Rimane fuori del tavolo la richiesta fondamentale del permesso di soggiorno per motivi umanitari, data la lenta applicazione delle procedure per il  riconoscimento dello statuto di rifugiato, che non è nelle competenze della Prefettura ma del Ministero dell’interno.

 

Napoli, 10 luglio 2015                                            Domenico Pizzuti